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Giovedì 25 novembre
ore 15.30


MAI RARAMENTE
A VOLTE SEMPRE
di Eliza Hittman,
Usa, 2020, 1h41

Autumn ha 17 anni, vive in una cittadina rurale della Pennsylvania ed è incinta. Insieme alla cugina Skylar decide di partire in autobus per New York per abortire, lontano da una madre distratta, un patrigno volgare e quasi molesto e da un ambiente chiuso e ostile.
Orso d’Argento alla Berlinale 2020 e Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2020, il film racconta un viaggio dentro e fuori di sé, carico di tensione, ma anche di forza e determinazione.

LA RECENSIONE (a cura di Silvia Ferrari – Associazione Lucrezia Marinelli)
Dopo giorni, continuo ad avere in testa le immagini, le scene, i volti di questo film bellissimo e continuo a domandarmi il senso di quella valigia grossa e ingombrante che Autumn e sua cugina Skylar si trascinano dietro per tutta la durata del film, su e giù dai pullman, per le scale della metropolitana, lungo strade ingombre e trafficate. Skylar l’aveva preparata di fretta la sera prima riempiendola di qualche maglione e un paio di jeans per quel viaggio di pochi giorni che le avrebbe portate a New York dalla loro cittadina rurale nel mezzo della Pennsylvania. Lì Autumn avrebbe potuto abortire senza che la madre e il patrigno venissero a saperlo. Un tema difficile trattato con grande cura, attenzione e sensibilità dalla regista Eliza Hittman che già nei suoi precedenti lavori (It Felt Like Love, 2013 e Beach Rats, 2017) aveva raccontato dell’adolescenza e dei problemi legati alla sessualità fra le/i giovani. I dialoghi sono scarni, raccontano di più le immagini. Si soffermano sui volti delle due ragazze con delicatezza, senza voyeurismo; sentiamo e percepiamo i loro stati d’animo, i pensieri, le emozioni. Molti i primi piani che ci spingono a tentare di penetrare l’intimità di Autumn, il suo dolore, la sua insicurezza, la sua confusione, per saperne di più, per capire. Al suo fianco, fin dal primo momento, c’è sempre Skylar, la pianificatrice del viaggio, mente lucida e razionale, l’amica su cui si può contare che mai ti abbandonerà. Anche qui poche parole, non necessarie: quando esiste una comprensione profonda le cose che si devono fare si fanno, mentre le discussioni sarebbero puro e inutile esercizio. La solidarietà, l’intesa sono dati di fatto, ci sono e scorrono fra loro due naturalmente. Di Autumn si sa poco. Dalle prime scene – uno spettacolo scolastico, una cena di famiglia, un patrigno aggressivo, una madre preoccupata e stanca – emerge il ritratto di una giovane isolata, non omologata, carattere schivo e timido ma determinato nelle sue scelte. E fin dalle prime scene la regista mostra immediatamente, pur nei pochi ruoli assegnati nella sceneggiatura, il ritratto di un’umanità maschile dai comportamenti indecenti e molesti. In Mai raramente a volte sempre tutto è mostrato nella sua essenzialità, nessuna sbavatura, nessuna retorica e ideologia per ottenere consenso, né scene fuori centro; tutto va verso la scena madre, il colloquio di Autumn con la psicologa nella Clinica degli aborti. Qui il film si fa documentario tanto il lavoro della regista è preciso, nelle inquadrature, nei movimenti di macchina, negli stacchi per mostrare il momento in cui Autumn ha coscienza, comprensione di sé, di ciò che le è accaduto. Uno svelamento e una liberazione in un momento di profonda consapevolezza e di conferma delle proprie decisioni. Non ci dimenticheremo facilmente di questo film e delle due giovani protagoniste, Sydney Flanigan nel ruolo di Autumn e Talia Ryder nel ruolo di Skylar. Le seguo ancora mentre percorrono faticosamente le strade di New York, con la loro assurda valigia alla ricerca della loro meta, senza mangiare né dormire, non vedendo e non percependo nulla del fascino della città, dove tutto scorre indifferentemente. Così vulnerabili ai continui approcci maschili, ma così determinate a evitarli, come dei fastidi che si sa si devono sopportare. Lo definirei un road movie al contrario, in una costante rivelazione su come lo sguardo di una donna possa aprirci nuovi orizzonti.

 
Giovedì 25 novembre
ore 21.15


UNA DONNA
PROMETTENTE
di Emerald Fennel,
Usa, 2020, 1h48

Cassie, da sempre considerata una ragazza promettente e un’ottima studentessa di medicina, perde il centro della sua vita a causa del suicidio dell’amica d’infanzia Nina, in seguito allo stupro subito durante una festa universitaria. Una ferita e un’ingiustizia che Cassie non riesce a dimenticare e a sanare se non mettendo in atto la sua vendetta.
Premio Oscar alla sceneggiatura originale a Emerald Fennel, il film è una denuncia dello stupro e della mentalità che lo protegge.

interverrà alla proiezione Vanda Ferrari (Associazione "Da Donna a Donna") responsabile dello "Sportello contro la violenza alle donne" di Sesto San Giovanni


LA RECENSIONE (a cura di Silvia Ferrari – Associazione Lucrezia Marinelli)
Film militante già dalla prima scena che capovolge quello che il cinema ci ha abituati a vedere, corpi femminili in primo piano. Lo sguardo della regista inquadra bacini e anche maschili ruotanti, toraci dentro camicie topdown e cinture in pelle che si muovono al ritmo di Boys della cantante Charli XCX che con voce sognante desidera i boys, buoni e cattivi che siano. Ovviamente non è questo il capovolgimento che desideriamo vedere, ma come inizio fa ben sperare. La camera si sposta. Altro primo piano su un gruppo di uomini intento a ridere, scambiandosi battute sessiste su una loro collega. Pochi secondi. Altra decisa virata ed ecco là la vittima designata: una donna sdraiata su un divanetto, semicosciente, che attira l’attenzione del branco che, come previsto, le si avvicina. E tu che guardi inizi a intuire, con ansia crescente, quello che succederà dopo i loro malintenzionati tentativi di aiutarla ad alzarsi, condurla verso l’automobile con cui l’accompagneranno a casa. E sei lì in attesa di quello che sai che avverrà, il peggio per una donna. Ma no! Di nuovo tutto cambia e a questo punto la sola idea certa del film è che nulla di quello che guarderai risulterà prevedibile o già visto. Questo senz’altro il merito di Emerald Fennell, sceneggiatrice del film (Premio Oscar alla Miglior Sceneggiatura), al suo esordio nella regia, ma non nuova sulla scena cinematografica e televisiva come autrice della serie Killing Eve, per cui è stata nominata ai Golden Globe, e come attrice nella super premiata serie The Crown. Cambio di scena e la storia inizia. Cassie, la giovane donna, interpretata da Carey Mulligan, non è la vittima ma l’artefice di un piano di vendetta. Va nei locali alla caccia di predatori potenziali fingendosi ubriaca e vulnerabile; quando tutto sembra per lei andare verso il peggio si rivela: completamente sobria, inizia a mettere in scena l’azione di terrore che si era prefissata (e altro ancora come forma di rieducazione). Ultima citazione per mettere meglio a fuoco il personaggio di Cassie: eccola al banco della caffetteria dove lavora: trecce bionde, abiti color pastello, volto sorridente come una qualsiasi brava ragazza che vuole mostrarsi carina. Veniamo a sapere che Cassie aveva abbandonato medicina quando la sua amica d’infanzia Nina, anche lei brillante studentessa, si era tolta la vita dopo essere stata violentata durante una festa studentesca. Vive ancora con i genitori e una sola amica, Gail, la proprietaria della caffetteria. Cassie ha un unico progetto nella vita, la vendetta nei confronti degli uomini predatori che va a stanare nelle discoteche la sera. Film estremo nel raccontare le scelte di Cassie e le loro conseguenze verso le quali una sceneggiatura molto radicale le indirizza in una decisa accelerazione. Decisioni che non si stemperano nella breve e quasi spensierata relazione con Ryan, suo ex compagno di università: qui il film sembra deviare portandoci verso territori più conosciuti e accettabili, quelli del discorso amoroso e della commedia romantica. Ma lo scopo non è quello. Il messaggio della regista è chiaro: lo stupro è una tale ferita, un taglio così irrimediabile per la donna che lo subisce che difficilmente la sua esistenza riuscirà a volgersi verso un qualcosa di minimamente accettabile. Nel film questo senso di irrimediabilità, irreparabilità è racchiuso lucidamente nella figura di Cassie e nelle sue decisioni, come il suo restare cristallizzata a quel particolare momento della vita, sua e della sua amica, per mantenerne vivo il ricordo. Fennell dichiara esplicitamente il suo intento: “Volevo intensamente poter scrivere un film sulla vendetta femminile… Il mio obiettivo era di scomporre la nostra cultura (intrisa di tossicità della cultura sessista) e il modo in cui pensiamo, come facciamo tutti parte di un groviglio orribile che è giunto il momento di sciogliere”. Dalla vicenda personale di una donna la regista va alla messa in scena politica – condannandolo – di un sentire quasi comunemente accettato che permea il modo di pensare e di comportarsi di molti – soprattutto maschi, ma anche alcune donne – che fanno quadrato in difesa degli stupratori e per i quali stupri e violenze sulle donne, commesse da giovani uomini, rientrano nelle cosiddette ragazzate “come un passo che un uomo può trovarsi a compiere senza essere uno stupratore”, il che implica da parte dei giovani uomini che “la consapevolezza di sé e del proprio mondo è che il no di una donna non sia mai un no”. Come scrive Chiara Valerio in un articolo su Repubblica del 21 aprile 2021 (anche sul sito della Libreria delle donne) dal titolo Eravamo solo ragazzi. Coraggioso e provocatorio nella sua denuncia del sistema sessuale maschile dominante, il film, anche se non direttamente frutto della politica del #MeToo, senza quel grande movimento non avrebbe potuto raccontare così bene della pervasività di quel potere e del suo svelamento.

 

Biglietto unico: 5,00€

CINEMA RONDINELLA
Viale Matteotti 425 - Sesto San Giovanni (MI)
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