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SPETTACOLO TEATRALE
MALAcosa presenta:
CANTO AZZURRO
di e con Francesca Contini e Massimiliano Toffalori
LUNEDÌ
20 Dicembre
19.30
Posti limitati
con prenotazione obbligatoria

di e con
Francesca Contini e Massimiliano Toffalori

musiche
Massimiliano Toffalori

scene
Enzo Contini e Mirto Pesavento





 

In ogni canzone c'è distanza.
La canzone non è distante, ma la distanza è uno dei suoi ingredienti,
così come la presenza è un ingrediente di qualsiasi immagine grafica.
È stato vero fin dalla prima canzone e dalla prima immagine.
La distanza separa o può essere attraversata per provocare un ricongiungimento.
Tutte le canzoni parlano in modo implicito (e spesso esplicito) di viaggi.

John Berger, Il corpo delle canzoni

Il pubblico entra e prende posto.
In scena ci sono una donna e un uomo immobili inquadrati da un ampio fondale azzurro di picassiana o cezanniana memoria.
Lei è seduta su uno sgabello e, posata a terra, c'è una valigia. Lui è in piedi, dietro di lei. Le tiene una mano sulla spalla.
Il loro sguardo è puntato verso un luogo distante. Un luogo oltre le quinte, oltre il teatro. Sulla destra, più vicina al pubblico, un’esile giostra, magra e spoglia, con appeso il modellino di un galeone. Essenziale.
Vicino al fondale, sulla sinistra, una sedia su cui è posata una chitarra collegata ad un amplificatore.
Dopo un tempo abbastanza lungo di immobilità, la donna comincia a muoversi portando la mano davanti alla bocca come a raccogliere il proprio lieve respiro. Poi, amplificando sempre più il movimento, comincia a cantare una canzone berbera. Il suo gesto vuole creare un ponte con quel luogo lontano, vuole sospingere in avanti la voce che inizialmente è molto debole, inviarla sempre più lontana fino a sentirne un'eco che torna indietro, una risposta. Mano a mano il canto si fa più corposo e autorevole e lei assume infine una posa totemica col braccio destro alzato, non immobile. È una statua viva.
Lui accompagna il canto con un movimento del braccio e della mano che imita un animale acquatico. Intona, inoltre, un bordone di sottofondo che ricorda il canto del motore di un gommone nautico articolato su due note.
Ad un certo punto uno sguardo viene gettato sul pubblico e la consapevolezza di entrambi gli attori è che lo spettacolo, ancora una volta, deve cominciare.
Canto Azzurro è compreso fra due canti, uno berbero e uno irlandese. Si apre all’esterno in un racconto di vie di mare che, percorse da avidi mercanti europei, giungono fino a noi, donne e uomini del presente.
La riscrittura drammaturgica trae spunto dal racconto giovanile Conte Bleu di iMarguerite Yourcenar e lo travasa in versi che ricordano le celebri chanson de geste con cui l’occidente ha glorificato le proprie crociate.
Oggi, però, la dimensione epica ed eroica di questa narrazione che separa nettamente il bene e il male, il nostro Dio e il loro Dio, crolla per lasciare spazio a un’incertezza che sta a noi abitare con le nostre domande.
Cosa abbiamo ricevuto in eredità dalla nostra storia di conquiste?
Con cosa decidiamo di riempire lo spazio vuoto che si crea tra noi e l’altro? Ci viene in aiuto una bellissima poesia che recita così:

“Nel mondo ci sono i suoni”.
Ah sì?
E qualcosa li accoglie
e li abbandona?
Vie di mare,
perdute e abissali.
L'universo non ha un centro,
ma per abbracciarsi si fa così:
ci si avvicina lentamente
eppure senza motivo apparente,
poi allargando le braccia,
si mostra il disarmo delle ali,
e infine si svanisce,
insieme,
nello spazio di carità
tra te
e l'altro.
Chandra Livia Candiani, Nel mondo ci sono i suoni
 


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