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Venerdì 20 maggio – ore 18.30


Mattia Muratore presenta:
SONO NATO COSÍ, MA NON DITELO IN GIRO
di Mattia Muratore, prefazione di Luciano Ligabue, Chiarelettere editore
Moderatore: Raffaele Mantegazza

“Adesso, grazie al tuo libro, l’elenco delle cose che so si è allungato. Lascio l’avventura a chi lo leggerà.” (Luciano Ligabue)
Una storia sorprendente, che entra nel mondo della disabilità non in punta di piedi, ma con irriverenza e dissacrante ironia
Sono nato così, ma non ditelo in giro è il racconto ironico, intenso, a tratti spietato, sicuramente rock, ma non senza una vena pop, della vita di Mattia Muratore. Una vita come quella di tutti, ma anche da quella di tutti straordinariamente diversa. Perché Mattia ha l’osteogenesi imperfetta, la “malattia delle ossa di cristallo”: già alla scuola materna le fratture che aveva collezionato non si contavano sulle dita di mani e piedi. Eppure, grazie all’ironia e alla leggerezza con cui è trattata, questa non è una storia di dolore o sofferenza, ma di una eccezionale quotidianità, fatta, come per tutti, di primi appuntamenti, concerti e derby, conditi però da quei frequenti momenti tragicomici che capitano a chi, come l’autore, si trova immerso dentro il mondo della disabilità. Così, con una scrittura semplice e incisiva, del tutto priva di autocommiserazione o retorica, questa storia, venata di intelligente umorismo, a tratti romantica, ma mai sdolcinata, ribalta a ogni pagina lo stereotipo buonista che abitualmente si accompagna alla disabilità. E ci restituisce la preziosa consapevolezza della responsabilità di tutti verso chi il rispetto degli altri e la libertà di vivere deve conquistarseli giorno per giorno.

Mattia Muratore, nato a Monza nel 1984, ha sempre vissuto ad Arcore. Laureato in Giurisprudenza, abilitato alla professione di avvocato, lavora presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Convive dalla nascita con una grave forma di Osteogenesi Imperfetta (la “malattia delle ossa di cristallo”). Nel 2018, con la nazionale italiana di powerchair hockey (hockey su carrozzina elettrica) di cui è stato capitano, ha vinto il campionato del mondo. È ambasciatore dello sport paralimpico e partecipa a incontri di vario genere al fine di promuovere i valori dello sport e del paralimpismo.


 
Lunedì 6 giugno – ore 21.00


Marco Albanese e Fabio Radaelli presentano:
PABLO LARRAÍN. Là dove finisce la terra
di Marco Albanese, con il contributo di Fabio Radaelli e Alessandro Vergari, Stanze di Cinema editore

In occasione della proiezione di Spencer al Cinefestival Rondinella, il film dedicato a Lady Diana, presentiamo Pablo Larraín. Là dove finisce la terra, scritto da Marco Albanese, con il contributo di Fabio Radaelli e Alessandro Vergari. Pablo Larraín, quarantacinquenne regista e produttore cileno, è il capostipite di una nuova generazione di talenti, spesso cresciuti all’ombra di Fabula, la società fondata con il fratello Juan de Dios. Anche se il suo cinema è profondamente legato alla storia del Cile e alle sue contraddizioni, più volte si è confrontato con produzioni internazionali, anche nel campo della serialità, senza mai perdere di vista la dimensione politica del suo lavoro. Tuttavia il suo sguardo è lontano dal cinema civile, che pure ha raccontato con forza e sdegno gli anni delle dittature militari in Sudamerica. Nei suoi lavori c’è una ricerca narrativa incessante, c’è un interesse specifico sulle modalità del racconto, sulla rappresentazione stessa del Potere, persino sulla revisione storiografica degli eventi, che ci avvicina alla comprensione delle cause culturali dei fenomeni e ne indaga le implicazioni sociali, le sfumature psicologiche, persino le derive patologiche. Anche nei film girati in inglese, il cinema di Larraín continua a essere un dialogo incessante tra pubblico e privato, tra Storia e destino, tra ossessione e abbandono. Anche questo terzo saggio ha una struttura simile a quella delle altre monografie: un’introduzione, che approfondisce il contesto storico e biografico dell’autore, suggerendo le tracce di un percorso di analisi, che si arricchisce attraverso i singoli lungometraggi, trovando conferme e confutazioni. I capitoli finali sono dedicati allo stile e ai topoi narrativi, prima della necessaria filmografia essenziale. L’apparato iconografico è tuttavia assai più ricco dei precedenti e accompagna i singoli capitoli in modo più pertinente.

DALLA QUARTA DI COPERTINA Il cinema di Pablo Larraín si muove attraversando continuamente le dinamiche del Potere e ragionando sui confini della responsabilità individuale e collettiva. I suoi film sembrano rispondere alla famosa esortazione di Godard: “pas de faire des films politiques, mais de faire des films politiquement”, cercando di rendere visibile il confine che separa film e politica. Nella prima parte della sua carriera, quella segnata dalla trilogia dedicata agli anni di Pinochet (Tony Manero, Post Mortem, No), il suo lavoro si è caratterizzato per una visione irriducibilmente pessimistica, anche rispetto alle possibilità di esercitare una qualche forma di resistenza.


 


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